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Le nutrie: due volte vittime della crudeltà e della stupidità umane

LE NUTRIE: DUE VOLTE VITTIME DELLA CRUDELTÀ E DELLA STUPIDITÀ UMANE

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Le nutrie nel nostro Paese sono frutto della fuga e/o dalla liberazione di animali allevati e destinati ad essere utilizzati per realizzare le pellicce “castorino”.

Quando il mercato si è indirizzato verso l’utilizzo di altre specie destinate a diventare pellicce, gli allevatori hanno liberato gli animali in natura.
Questi animali innocui sono vittime due volte della stupidità e della crudeltà umana.
Le nutrie sono erbivori, si nutrono di piante acquatiche, radici, foglie; vivono in armonia con gli altri animali presenti sul territorio e, dagli studi effettuati dagli Istituti Zooprofilattici, non rappresentano un pericolo sanitario.
Volpi, lupi, linci, gatti selvatici, gatti randagi, cani randagi, rapaci diurni e notturni, ciconiformi, lucci e colubridi sono i loro predatori naturali. Mentre volpi, lupi ecc sono vittime del bracconaggio e della scellerata gestione della nostra biodiversità.
Contrariamente a quanto si crede non è una specie aggressiva e si adatta molto bene sia alla vita da cortile che in appartamento (in Sud America è considerato un animale domestico al pari di conigli e cavie peruviane).
Sono quindi state introdotte in Italia come specie alloctone (hanno origine dal sud America) e poi, una volta libere, si sono naturalizzate, ovvero perfettamente adattate alla vita selvatica e quindi, giuridicamente sono sottoposte alla normativa 157/92.
Come tali ancorché specie naturalizzata, sono comunque tutelate dalla normativa vigente che ne impedisce il maltrattamento e l’uccisione ai sensi degli articoli 727 e 544 del codice penale. Le nutrie sono “incolpate” di distruggere gli argini e fare ingenti danni, mentre la scienza ha dimostrato che purtroppo ciò è dovuto agli ungulati che sono reintrodotti in modo scellerato e in massa a fini venatori.
Studi scientifici dell’ISPRA nel 2008, mostrano come l’abbattimento periodico con armi da fuoco provochi una riduzione di capi nell’immediato, ma la popolazione torni poi ad aumentare nel tempo, rendendo vane le spese sostenute.
Inoltre, l’uccisione con armi da fuoco mette in atto una selezione naturale che fa sopravvivere gli individui più furbi, rendendo le generazioni future sempre più difficili da cacciare.
In 5 anni (1995-2000, Panzacchi et al., 2007) il costo totale per il contenimento della specie sostenuto dall’Italia, tra trappolaggio e armi, ammonta a più di 2.300.000 euro, SENZA OTTENERE SIGNIFICATIVE RIDUZIONI DELLA POPOLAZIONE. Non solo questi metodi non sono condivisibili eticamente, ma per altro NON producono alcun risultato.
È necessario optare per soluzioni eticamente e scientificamente efficaci e biocompatibili.

È quindi opportuno procedere parallelamente proponendo queste azioni:

  1. impedire i ripopolamenti degli ungulati a fini venatori
  2. favorire il ripristino degli habitat e l’utilizzo dei metodi ecologici
  3. attuare programmi di sterilizzazione delle nutrie per il contenimento della specie.

Il MoVimento 5 Stelle è quindi contrario ad ogni forma di utilizzo di strumenti violenti e coercitivi per la gestione delle nutrie e ricorrerà contro tutte le ordinanze ammazanutrie!!!

Autore: Paolo Bernini, MoVimento 5 Stelle

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Lettera di una Madre a tutti gli esseri umani

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Argomento strettamente correlato, MOLTO INTERESSANTE!

Jeffrey Moussaieff Masson
Il Maiale che Cantava alla Luna
La vita emotiva degli animali da fattoria

Il sottotitolo, “La vita emotiva degli animali da fattoria” ben spiega il contenuto del libro: chi sono gli animali “da fattoria“, cosa provano, quanto soffrono per mano umana.

È un libro toccante, ma rigorosamente scientifico e logico: d’altra parte è proprio sulla logica, e sul senso di giustizia che ciascuno di noi dovrebbe avere dentro, che si fonda la considerazione che tutti gli animali sono uguali, senzienti, e che non c’è alcuna giustificazione a tenerli prigionieri e ucciderli per i piaceri del nostro palato.

Il libro di Jeffrey Moussaieff Masson, “Il maiale che cantava alla luna – La vita emotiva degli animali da fattoria” (Ed. Il Saggiatore), e’ un libro toccante, ma rigorosamente scientifico e logico: d’altra parte e’ proprio sulla logica, e sul senso di giustizia che ciascuno di noi dovrebbe avere dentro, che si fonda la considerazione che tutti gli animali sono uguali, senzienti, e che non c’e’ alcuna giustificazione a tenerli prigionieri e ucciderli per i piaceri del nostro palato.

Il libro esamina approfonditamente i comportamenti, la “storia“, le abitudini delle varie specie animali che vengono normalmente allevate al fine di essere macellate (o di produrre latte e uova, e poi essere comunque macellate). E fa capire, ai tanti che ancora non l’hanno capito, come ciascuno di questi animali sia un essere sensibile, intelligente, la cui specie ha maturato nel corso dell’evoluzione comportamenti e modi di gestire la propria “società‘”.

La posizione del libro, come l’autore stesso sostiene, e’ “radicale“, nel senso che egli non ammette giustificazioni di sorta all’uccisione degli animali, giustificazioni che tanti cercano, pronti ad arrampicarsi sugli specchi e a sostenere tesi assolutamente illogiche e ben poco oneste, pur di potersi mangiare un panino al prosciutto “con la coscienza a posto“.

L’autore afferma infatti nell’introduzione: «E’ sbagliato che un animale da fattoria viva bene, che la sua esistenza si concluda con una morte indolore e che venga poi usato per nutrire degli esseri umani? Molte persone risponderebbero che non lo e’. Io invece ritengo che valga la pena di chiedersi, per prima cosa, con che criterio si stabilisce che cosa significhi vivere bene per un animale da fattoria. Naturalmente abbiamo tutti una certa idea di che cosa potrebbe significare. Tuttavia, a parte i difensori dell’industria, pochi sarebbero pronti a sostenere che una comune mucca da latte conduca una vita felice. Pensiamo a una mucca a cui sono sottratti i vitelli alla nascita, e che poi viene munta intensivamente per alcuni anni. E’ mantenuta costantemente gravida per garantire una produzione continua di latte, ma non le viene permesso di tenere il suo vitellino. Alla fine, invecchiata prima del tempo, quando la sua utilità e’ in declino, viene uccisa, ben prima di aver raggiunto il termine naturale della sua esistenza. Si può dire che questa mucca ha condotto una vita felice?».

L’esempio della mucca è particolarmente toccante, perché va a colpire un aspetto primario del mondo emotivo degli animali: l’amore, l’attaccamento di un animale, di qualsiasi specie sia, per il suo cucciolo.

Aggiunge infatti l’autore:

Se credete che una mucca non ripensi mai al proprio vitello, chiedete a qualsiasi allevatore per quanto tempo un vitellino appena nato e sua madre si chiamano a vicenda. Un allevatore mi ha detto che finché possono vedersi gridano fino a perdere la voce, senza sosta.

Altra riflessione importante e’ quella sull’animale considerato come “merce” e sul fatto che far “vivere bene” gli animali sia solo una scusa che accampa chi antepone le sue papille gustative all’etica e al senso di giustizia. Egli scrive infatti: Sono convinto che sia sbagliato allevare animali per mangiarli. Credo che non interessi a nessuno far “vivere bene” un animale se l’obiettivo finale e’ farlo finire in tavola come pietanza. È troppo facile barare, è troppo invitante fingere di ignorare che cosa determini il benessere di ciascun animale.

Altre riflessioni, che troviamo sempre nell’introduzione, riguardano il rispetto verso la sofferenza di esseri senzienti che quasi tutti si ostinano a non riconoscere che sono proprio “come noi” sotto questo aspetto, e anzi, non riconoscono nemmeno che siano come il cane o il gatto che hanno in casa. A tanto può arrivare l’illogicità e la cecità di chi non vuole guardare la realtà dei fatti ma vuole solo continuare imperterrito con le proprie abitudini e fare “come fanno tutti“.

Scrive l’autore: Ho constatato che, a tavola, quando dico che sto scrivendo un libro sulla vita emotiva degli animali d’allevamento, i miei commensali mi guardano con un sorriso strano, come se avessi detto qualcosa di ridicolo. […] La questione non è “che cosa“, ma “chi” state mangiando. Una sofferenza su così vasta scala può essere forse considerata un argomento ridicolo? […] Perché in genere si considera ridicolo sottolineare che ognuno di questi animali uccisi ha avuto una madre, presumibilmente dei fratelli e, di certo, alcuni sono stati compianti da un genitore, oppure un amico che ne ha sentito la mancanza? Anche se erano stati allevati per essere uccisi, questo non ha modificato la loro capacita’ emotiva. Avevano ricordi, soffrivano e provavano dolore. Non ha alcun senso fare una graduatoria comparata della sofferenza dando molto peso all'”essere umano” e poco agli animali.

Preoccuparsi di un tipo di sofferenza non significa che non si debba avere alcun interesse per le altre, o che una sia più significativa e terribile di un’altra.

Jeffrey Moussaieff MassonJeffrey Moussaief Masson è stato psicoanalista e direttore degli Archivi Sigmund Freud. Ha pubblicato numerosi saggi di grande successo: Assalto alla verità(Mondadori, 1984), Analisi finale (Bollati Boringhieri, 1993), Quando gli elefanti piangono con Susan McCarthy,I cani non mentono sull’amore e L’abbraccio dell’imperatore (Baldini Castoldi Dalai, 1996, 1997, 2000),Il maiale che cantava alla luna (il Saggiatore, 2005). Vive in Nuova Zelanda con la moglie, due figli e cinque gatti.

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